I Ragazzi Athletics sconfiggono il San Lazzaro e rimangono in testa al girone imbattuti

Come cantava Luciano Ligabue (prima di diventare compositore di gingle per gestori di telefonia) “non è tempo per noi”. Oddio a dire il vero lui aggiungeva ” e non lo sarà mai”, ma io preferisco dire che non lo sarà mai più, però lo è stato.
Perchè c’è stato un tempo in cui la nostra divisa era una seconda pelle, quella di cui andare fieri, anche se praticavamo uno sport che si giocava con la mazza, una palla ovale e per di più sul ghiaccio.
Perchè c’è stato un tempo che ci si iscriveva a 3/4 campionati di diverse categorie giovanili con 25 giocatori di età compresa tra gli 8 e i 17 anni e si passavano domeniche intere in panchina a guardare i più grandi giocare, ma molto più grandi, con la consapevolezza di non poter mai giocare, ma anche con l’illusione di essere lì per giocare.
Perchè c’è stato un tempo che venivamo stipati in 10 nel furgoncino da lavoro di un papà commerciante, senza psp, ma con icg (ignoranza cruenta giovanile) e facevamo chilometri in condizioni che non ci invidiavano neanche i tacchini la settimana prima di natale.
Perchè giocavamo con lo stesso guanto fino a quando non si consumava sulla mano, perchè elemosinavamo palline ovunque, perchè un casco crepato e riverniciato ci bastava, perche tre mazze erano un lusso e i guantini li usavano forse solo i chirurghi.
Perchè i nostri allenatori erano semidei, che saziavano la nostra fame di baseball con quello che avevano (non tutti era preparatissimi), anche quando erano genitori con pomeriggi liberi, preparatori atletici disoccupati o giapponesi con una proprietà della lingua italiana che gli consentiva solo due vocaboli: bravo e stronzo.
Ed io che non ero bravissimo, andando per esclusione, venivo considerato dal nipponico un gran stronzo.
E lo stesso profeta arrivato dal Giappone ci faceva fare allenamento dopo due ore di partita, per rivedere quello che si era sbagliato durante la gara.
Ma noi eravamo li, stavamo li perchè volevamo baseball.
Io per il baseball ho dovuto rinunciare anche alla mia singola con bagno in paradiso, perchè la concomitanza tra allenamenti e dottrina mi ha portato ad essere uno dei rari casi di BOCCIATI a dottrina e non ho potuto fare la cresima; e da allora vivo nel peccato arso dalle fiamme del rimorso.
Lo so. State pensando che questi sono i primi sintomo della demenza senile, quelli che ti fanno dire: “eh! una volta era meglio”.
Può darsi.
Il fatto è che io nella nuova veste di allenatore sento ancora, anche se attutite dalla scorza di cinismo che la vita ci regala, certe emozioni.
Io sono ancora felice quando torno a casa dall’allenamento e vedo i tubolari intrisi di terra rossa (un po’ meno mia moglie).
Io provo ancora una certa emozione ogni volta che indosso la divisa della MIA squadra.
Mi sento sempre bene quando entro nel NOSTRO campo con i MIEI ragazzi, spesso meno bene quando esco.
Sono più di trent’anni che nutro il mio ego, il benessere intimo, il cinno che c’è in me, col baseball.
Ho giocato fino a quando gli altri che mi stavano attorno hanno saputo sopportare questa disgrazia, poi ho convertito la mia passione in esperienze da trasmettere ai giovani, ai più giovani.
Ed ora io mi nutro dell’entusiasmo dei ragazzi nel praticare il baseball, della loro gioia quando riescono, della loro caparbietà nell’ottenere i risultati, del candore con cui si approcciano alla partita, a me, ai compagni, all’arbitro, insomma al baseball.
Ultimamente ho tanta fame…
Ah! dimenticavo l’articolo sulla partita!

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