Non riesco ad immaginare quante volte negli ultimi 20 anni ho sentito pronunciare questa frase dagli arbitri che si sono alternati nei campi in cui ho celebrato il mio rito preferito, il baseball.
E la stessa identica frase a volte ha avuto l’aspetto di una formula magica che ci ha regalato l’incantesimo di una vittoria, a volte di un malefico sortilegio che ci ha portato via l’ultima speranza.
Ironia della sorte, queste due facce della stessa situazione si sono verificate nella stessa giornata, domenica 21 settembre, quando prima uno strike out del nostro lanciatore ci ha regalato una vittoria, mentre nel pomeriggio l’ultimo strike out del pitcher grossetano ha decretato la sconfitta in una partita stregata.
Ritengo opportuno imputare al caso l’esito della partita col Grosseto non per sollevarmi da eventuali responsabilità, ma perché credo che l’ottima gara disputata dalla nostra squadra meriti l’alibi del caso.
I numeri sono indiscutibili, abbiamo battuto solo noi e quindi lanciato meglio solo noi, abbiamo nel complesso difeso meglio. L’unica differenza è stata nel fatto che gli abbiamo concesso tre cose una dietro l’altra per il punto che ha deciso la gara, poi il nulla.
E che dire del fatto che il caso ha voluto che la formula del concentramento ha fatto sì che gli amici maremmani potessero tenersi i due migliori lanciatori per noi.
Per la gioia dei “figli di Biscardi” spendo due parole sui due bizzarri arbitri che hanno insaporito con una spruzzata di ridicolo una domenica di baseball con la B maiuscola.
Ma non illudetevi, non riesco ad imputare a loro la nostra sconfitta, le loro acrobazie regolamentari hanno colpito a casaccio come le bombe intelligenti di Bush, ciò non toglie che non erano assolutamente preparati ad un evento così importante.
Insomma, quando si perde di un punto, ci sono mille episodi, mille scelte, mille rimbalzi e mille chiamate dell’arbitro che possono influire, ma non sarebbe corretto attribuire ad una sola di queste l’esito di un grande confronto sportivo.
Credo invece più opportuno soffermarsi sul valore tecnico di questa ultima partita, come fosse la verifica di un anno di lavoro o, per alcuni dei nostri, di un ciclo.
Abbiamo messo in difficoltà due squadre avversarie con 5 lanciatori di sicuro valore, abbiamo battuto ed anche forte, abbiamo saputo eseguire egregiamente giocate difensive sotto pressione.
Non credo che il fatto che le tre cose peggiori di una partita, per il solo fatto di essersi susseguite in un solo inning, possano cancellare quanto di buono fatto in un anno.
La speranza è che questi ragazzi possano conservare un buon ricordo di queste esperienze e carpirne l’importanza dal punto di vista umano, perché in futuro questi aspetti saranno molto più importanti di chi ha vinto o perso.
Ma tornando alla fatidica frase di cui al titolo, quando il pittoresco arbitro di casa base l’ha pronunciata non aveva la benché minima idea di cosa significasse per me.
In quel momento non era finita solo la partita e quindi il campionato, ma per me anche un ciclo, un lungo ciclo di quattro anni con alcuni di questi ex piccoli mostri.
Come sempre, anche se cominciano ad essere pesanti, non solo in senso materiale, anche se i loro sudori cominciano ad assumere consistenze mefitiche, anche se mettono insieme quell’età in cui pensano di capire tutto e di non avere più bisogno dei più vecchi, un pelino di malinconia mi attanaglia.
Penso a tutte le trasferte, a tutti gli sguardi impauriti dal box di battuta o dal monte, ai sorrisi di chi finalmente riesce, alle domande assurde prima della partita.
Spero di essere stato utile a tutti, o quanto meno di avere limitato i danni, e di vedervi nei campi da baseball ancora per tanti anni, perché il baseball ha bisogno di voi.
Fortunatamente all’allenamento di martedì ho trovato la medicina giusta per curare il distacco; tanti piccoli giocatorini ignoranti correvano dietro alla palla come cani impazziti, col sorriso stampato sul volto.
Quindi, ricominciamo.

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